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ASCOLI SEGRETA
(di Giuseppe Merciai) 
   
Porta d’ingresso al Parco della Laga e a quello dei Sibillini, Ascoli Piceno è collocata su uno sperone di roccia alla confluenza dei fiumi Tronto e Castellano. Tutto intorno, a farle da cornice, verdi colline che degradano dolcemente verso la valle del Tronto e giù fino al mare. Ricca di storia bimillenaria, Ascoli Piceno propone un vasto Centro Storico dove le stratificazioni architettoniche (assolutamente visibili) consentono una lettura, unica in Italia, della sua evoluzione culturale e rappresenta un unicum di incomparabile bellezza. Le sue origini si perdono nella notte dei tempi. Sulla base dei reperti neo-eneolitici si può dire che fin da quell'epoca Ascoli (dal misterioso nome greco-romano Asculon) fosse sede di un insediamento, anteriore, quindi, alla immigrazione dei Sabini. Questi ultimi, infatti, secondo una antica tradizione citata per la prima volta da Festo e poi ripresa da Plinio e Strabone, sarebbero giunti nel Piceno tra il VII e la seconda metà del VI sec. a.C., guidati da un Picchio (l'uccello sacro a Marte) e si sarebbero integrati con la popolazione autoctona dando così origine ai Picenti che fecero di Ascoli il loro centro di riferimento, come troviamo nella prima menzione storica che risale al 299 a.C., anno in cui venne concluso un " foedus aequum " con Roma. Le sue sorti seguirono quelle dell'impero romano fino alle invasioni barbariche. Saccheggiata dai Goti, dai Longobardi e dalle truppe di Federico II, ogni volta risorse dalle rovine riproponendosi come centro di grande civiltà e vitalità.
La stessa forza, la stessa energia che traspare nella sua pietra simbolo. Quel travertino che con i suoi affascinanti cromatismi rende incantate le vestigia di un grande passato. Dai straordinari resti romani, via via al romanico, al gotico, e alle altre testimonianze d'arte che hanno fatto di Ascoli, la città delle cento torri, un irrinunciabile centro di attrazione turistica. Un luogo dove il turista vive una dilatazione degli spazi che all’improvviso si aprono su piazze ricche di monumentalità. Ascoli non finisce mai di riservare sorprese, specie nella sua celeberrima Piazza del Popolo che più di ogni altra testimonianza storica è la sintesi stessa dell'"ascolanità". Impreziosita su tre lati dal loggiato con 59 archi e dalla mole con torre merlata del palazzo dei Capitani del Popolo, piazza del Popolo, il salotto della città, è il cuore e la storia di Ascoli Piceno. 
Quella storia, quel cuore che ritroviamo anche passeggiando per quell’Ascoli fuori delle rotte turistiche, fuori dei tradizionali itinerari per turisti magari un po’ frettolosi. Se palazzi, chiese, piazze, monumenti scandiscono l’Ascoli ufficiale del rituale turistico, c’è un’Ascoli “segreta”, abitualmente fuori i giri turistici tradizionali: l’Ascoli delle rue. Tutto il centro storico della città è intersecato da un fitto reticolo di rue. Si scopre allora un’Ascoli romantica dove il tempo sembra essersi fermato e che va assaporata, gustata lentamente; passeggiando in uno spazio senza tempo, mentre la luce disegna effetti cromatici sulle pietre di fiume del selciato, sul travertino delle case addolcite da davanzali infiorati. Un’Ascoli a misura d'uomo dove il tempo è segnato nell'incanto delle sue costruzioni che sfidano i secoli e rimandano il sapore, forte, di una testimonianza storica che affascina i visitatori. Basta allontanarsi di pochi metri dal salotto della città, lasciando che il vocio della gente a poco a poco si affievolisca fino a scomparire, per scoprire angoli di suggestivo silenzio. Si entra così nel mondo delle rue. Nell’Ascoli della memoria si inseguono e si incrociano come rughe su un volto antico, le caratteristiche strade, molto strette, dette appunto rue. Comunemente vengono considerate medievali ma, a parte le case e casupole che vi sorgono, sono sicuramente i segni più manifesti e per certi versi inalterati dell’antico tracciato romano e forse italico della città. L’intero tessuto viario e urbano era ricavato dall’incrociarsi in senso ortogonale di stradine parallele, le rue, appunto (termine arcaico variante del latino ruga: una ruga, un solco) alle vie principali (cardo, Trivio, e decumano, corso Mazzini) e che finivano per formare degli isolati, le insulae.
Nel Medioevo, con l’ulteriore addossarsi delle case, le rue divennero allo stesso tempo l’unico sfogo viario delle abitazioni che vi si trovavano e l’inevitabile punto di incontro degli abitanti, fino ad assumere un vero e proprio segno di identificazione di piccole comunità: quelli di rua Lunga, quelli di rua delle Canterine, ecc. Ecco quindi che la rua diventava un piccolo mondo a se stante. Un microcosmo sociale con la sua fontana, a volte una chiesa, un’osteria. Un microcosmo retto dalla civiltà della rua o anche, come qualcuno l’ha definita, dalla civiltà della toppa per via delle chiavi che si usava lasciare nella serratura del portone di casa. Altri tempi, certo, ma che poco alla volta sembrano ritornare. Sono sempre di più quanti si riappropriano di questi spazi urbani. Le case tornano a nuova vita. Le pietre antiche usate e riusate per costruirle o ristrutturarle ripropongono sempre nuove storie. Là appare una bifora, qui una finestra rinascimentale. Dall’altra parte l’architrave in travertino ripropone un motto antico o un mozzicone di frase che rimanda ad ambienti lontani, medievali o anche romani come quel “concubina sex” che appare sull’architrave di una porta e che rimanda ad un passato a luci rosse.
Oggi nelle rue rimane tutto il fascino dei piccoli ambienti dove infinite sorprese attendono il visitatore: portali e finestre di altri tempi, fontanine quasi sperdute, muri dai quali si vede il verde di improvvisi orti, archi ed antichi terrazzi. E’ il fascino del piccolo, quasi cancellato dal tempo ma erede di una lunga storia. Infatti, già negli Statuti del Popolo del 1377 troviamo il termine rua che indicava quelle strade che non fossero la via o il corso principale o più importante e che venivano affidate alla responsabilità del “viale” identificato negli stessi Statuti come “Un officiale forestiero, bono, legale et discreto homo licterato …. captolico et amatore de lu presente stato de la ciptà d’Asculi”. Ma la storia si ripropone in quelle rughe del tempo, in diversi punti, ancora con la pavimentazione a selci di fiume. Una pavimentazione unica nel suo genere che ci narra di storie fatte di lavoro e di nobili casate, di popoli e di mestieri. Ecco allora rua dei Funari che ancora oggi sembra odorare di quella canapa che gli ultimi funai intrecciavano “rrete li mierghie” o rua delle Conce o ancora rua della Seta. Rue che sanno di lavoro, di sacrificio, di sudore. Accanto a loro le rue con la memoria di antichi popoli: rua dei Longobardi, dei Marsi, dei Peligni ed anche di nobili casate come gli Sgariglia e gli Sforza.
Ecco quindi che queste rughe del tempo ci offrono la testimonianza di un’Ascoli fuori le rotte turistiche classiche e al contempo ci consente la lettura di un ambiente dove la luce ancora gioca armoniosamente con il travertino e mette in risalto piccoli frammenti di storia. Una storia, se si vuole, minima, ma che nel suo minimalismo ha il sapore del vissuto. E allora su per le rue che si dipanano da piazza San Gregorio o lungo via Pretoriana, la Piazzarola, oppure là dove le rue corrono quasi a perpendicolo con il fiume Tronto, la zona del Filarmonici, San Tommaso, San Giacomo, dove torri smozzicate narrano di guelfi, ghibellini, e consorterie. E’ questa l’Ascoli da cercare, da immaginare. Un pezzetto di città da vivere, lasciando che il tempo ci scorra addosso.
 
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