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FERMO, ITINERARIO PER FONTANE
(di Diana Marilung)
L’acqua scorre ancora a Fonte Fallera. Un piccolo laghetto interno è stato realizzato, murando un condotto, per irrigare gli orti adiacenti. Tutto è silenzio intorno al complesso monumentale costruito nel 1309 ed ubicato in mezzo ai campi della periferia fermana. Ma a metà del secolo scorso vi risuonavano le ultime voci delle donne che vi lavavano i vestiti e la biancheria o di coloro che vi si approvvigionavano di acqua potabile. Era un luogo di incontri e di scambi e fu resa più fruibile con la costruzione di una strada in acciottolato. La Fonte è uno dei beni architettonici fermani più preziosi, tanto da essere stata “adottata” come monumento dalla Scuola Elementare “Tiro a Segno” per essere strappata al degrado. Gli alunni hanno prodotto in proposito un voluminoso studio e stanno attendendo risposte dagli organismi preposti. Sui resti di Fonte Fallera è scritta molta storia della città e sulle sue pietre si è consumata tanta parte di vita della gente di Fermo. I panni battuti da cento e cento mani appartenevano ai potenti e possidenti, ma anche alla gente comune, al tessuto connettivo cittadino. Fermo, stanziamento di media collina con i suoi nove km di spiaggia, è legata strettamente all’acqua. Innumerevoli sono le Fonti e le Fontane che la popolano e che sono state, in passato, luoghi di forte aggregazione. Un itinerario che tocchi queste architetture permette anche di visitare la città, di godere dei numerosi e preziosi reperti a partire dallo stesso incasato, già esso un’opera d’arte. Le fonti e fontane periferiche dello “Sfumico” a Porta S. Francesco, di Lelia fuori Porta S. Caterina, di Fonte Pozzetto del Colle Vissiano, della “Montagnola”, del “Ferro”, di Campiglione, di San Marco alle Paludi, di Lido San Michele e le centrali di via Leopardi, delle “Pisciarelle” di via Recanati, del Duomo sono firmate da architetti e mastri famosi nei secoli e nello stesso tempo sono rappresentative di azioni di tutti i giorni. Davanti a Fonte Fallera (si chiama così perché è stata fatto costruire dal Podestà di Fermo, Pierin Dè Vernari, nei primi del ‘300 con il ricavato delle condanne e pene pecuniarie pagate a causa dei falli commessi) si erge Fermo, come una nave attraccata all’ansa della collina. A prua c’è il mare che si stende azzurro, a poppa i Sibillini carichi di leggende. Il tutto racchiuso in una manciata di chilometri. Fermo è antichissima città picena, romana e medievale. La sua storia urbana viene fatta risalire al 264 a.C. Da allora ha vissuto le lotte che si sono avvicendate nel tempo , comprese quelle religiose. Vicino a Fonte Fallera, prima della sua costruzione, verso la metà la metà del III° secolo d. C., sostava a parlare contro il paganesimo e a diffondere il Cristianesimo S. Alessandro Vescovo. Fatto prigioniero, sotto Diocleziano, fu martirizzato sulla Montagnola. Proprio a questo santo fu dedicata la cappellina ricavata in un’arcata della Fonte.
Il complesso della “Fallera” venne successivamente restaurato nel 1445, poi nel 1535 e nel 1613. Nel 1514 vi fu impiantato uno stabilimento dell’arte della lana diretto da maestri bergamaschi fatti venire dal Cardinale Felice Peretti. L’opificio fu uno dei tanti che caratterizzarono la città in quel periodo e che diedero vita a tutta una serie di arti e mestieri rimasti poi suo patrimonio. Seduti sotto uno dei sette archi della Fonte si può ammirare il Duomo , dedicato all’Assunta ed edificato da Mastro Giorgio da Como nel 1227 con il suo rosone del 1300 realizzato dal Palmieri . Sotto la Basilica sono stati ritrovati dei resti risalenti al IV° secolo. Poi lo sguardo si perde sui Palazzi aviti della città. Da quelli che svettano su Corso Cavour e che fanno parte del Ghetto ebreo di Fermo, a Palazzo Azzolino con le sue colonne ed il pozzetto al centro del cortile. L’acqua che si trova a “Fallera” scende dal Colle Vissiano e si perde tra mille cunicoli. Fermo è intessuta di pozzi e condotte fin dall’epoca romana. Una fitta rete, in quel tempo, regolava il deflusso delle acque convogliandole nelle Cisterne costruite sul fianco del Colle Sabulo ed il cui ingresso è posto nella centralissima via degli Aceti. “Le Piscine” o “Cisterne Romane” sono uno dei più grandi “magazzini” per la raccolta e la conservazione delle acque ancora esistenti. Dalle “Piscine” l’acqua veniva ridistribuita alla città. Trenta camere a volta comunicanti tra loro e site su tre file costituiscono la struttura composta da una decina di “stanze” che occupano circa 2.000 metri quadrati ed hanno una capacità di 10.000 metri cubi. Le sue mura sono interamente rivestite da uno strato di materiale che garantisce l’impermeabilità delle vasche. Per arrivare a via degli Aceti dal quartiere Tiro a Segno, dove sono i resti di Fonte Fallera si può passare, costeggiando la seconda cinta di mura, davanti all’antica Porta S. Antonio, quindi a Porta S. Francesco dove un’altra Fonte accoglie chi entra in città: quella dello “Sfumico”. Il nome prende origine dall’uso espletato in quei tempi di “disinfettare” i viandanti in occasione delle epidemie. La Fonte fu costruita nel 1320 ed anch’essa ha sette archi a tutto sesto ed altrettante vasche in cotto intercomunicanti . Da S. Francesco percorrendo in salita le vie ed i vicoli fatti di sampietrini in luoghi che nel tempo sono stati frequentati anche da Pompeo (in epoca romana) da Oliverotto Effreuducci (citato ne “Il Principe” di Machiavelli) nel medioevo, si raggiunge il centro della città. Proprio all’interno delle mura ci sono la fontana Ginetti (dell’episcopio) e delle “Pisciarelle” o di Solano. Qui le radici si fanno ancora più vive e tutto racconta di esperienze che formano la memoria storica dei fermani. Ed allora ci si ritrova in Piazza del Popolo chiusa tra Palazzo dei Priori (con il Rubens ,le opere trecentesche di Jacobello del Fiore e la statua di Sisto V realizzata da Accursio Baldi del 1589), il Loggiato di San Rocco e Palazzo Apostolico e poi si va verso il Girfalco passando davanti al Teatro dell’Aquila opera di Cosimo Morelli ed inaugurato nel 1790.
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