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PER FUNGHI E TARTUFI
(di Gianluigi Gasparri)

Sono tipi fatti a modo loro, schivi, ombrosi e in certi casi da pigliare con le molle perché altrimenti possono fare scherzi da prete. Per andare
a trovarli, bisogna rispettare un mucchio di regole bislacche, quasi fosse un cerimoniale: prima informarsi discretamente dove si trovano in quel periodo, se stanno ancora gingillandosi in dolce far niente nei giardinetti
cittadini o si sono già trasferiti al fresco delle colline oppure sono andati direttamente in montagna; poi bisogna accertarsi che una o due settimane prima della visitina sia piovuto, ma non troppo; che dopo quella pioggia
siano capitati quattro o cinque giorni di tempo buono e caldo, ma assolutamente senza vento; infine sarà meglio andare a trovarli il mercoledì o giovedì oppure venerdì, perché di solito nei week-end ricevono visite di estranei
che li inducono a starsene per conto loro nei primi giorni della settimana successiva. Chi mai saranno questi tipi così difficili: il sor Camillo e la sora Camilla, i principessini sul pisello, i figli dell'oca bianca? Di più, anzi di meglio:
sono i funghi, reucci della cucina, delizia delle mense picene. Tutto (o quasi) fatto di morbide colline e di boscose montagne, il Piceno è uno dei territori preferiti dalle famiglie dei funghi nobili. Negli ultimi due anni il tempo caldissimo e asciutto come una prugna al forno aveva costretto i funghi a starsene in letargo; ma quest'anno (quattro aprilante quaranta dì durante, ci avete fatto caso?) piove come se non piovesse da due anni e dunque si prospetta un'annata memorabile per questi straordinari frutti del sottobosco. Anticamente si credeva che i funghi fossero escrescenze del suolo, foruncoli sulla faccia della vecchia terra, perché si vedevano spuntare dal nulla e dopo qualche giorno li vedevano afflosciarsi e nel nulla svanire. Per millenni i funghi sono stati considerati frutti di magia, da venerare come divinità benefiche oppure da temere come deucci malefici causa di allucinazioni e morte, a seconda delle circostanze. Oggi sappiamo che i funghi sono vegetali, formati da un intreccio di ife che compongono il micelio su cui si sviluppa il carpoforo il quale rilascia le spore eccetera eccetera eccetera, nozioni stampate sui libri di scienze ma che non riescono ad annullare il senso di stupore e perfino di rispetto che si avverte, in mezzo a un bosco, trovandosi a tu per tu con un porcino color delle castagne o con un'amanita rossa e bianca che sembra un fungo delle favole e infatti è pericolosa più o meno come la rossa mela offerta a Biancaneve dalla regina&strega Grimilde. Non a caso certi funghi spuntano uno accanto all'altro, curiosamente raggruppati in uno spazio a forma di mezza luna o di luna piena, un circolo o un emi circolo che infatti viene chiamato il <cerchio delle streghe> e che di anno in anno torna a esibirsi sempre nello stesso posto e sempre con la stessa inquietante, incantevole, raffigurazione geometrica. E un feeling misterioso sembra unire queste creature del sottobosco e i loro cercatori. Una volta mi capitò di accompagnare Tonino Capponi, un vecchio e caro amico innamorato dei funghi, in una camminata fra Montemonaco e le pendici della Sibilla, gli alberi crescevano diritti e addossati come un battaglione di soldati durante la sfilata del due giugno, il caldo umidissimo intontiva le sensazioni, il tappeto di foglie scivolose invischiava i passi quasi fosse fatto di sabbie mobili. E di funghi nemmeno l'ombra, nemmeno un cappelluccio, nemmeno un gambo, nemmeno uno di quei funghetti color tortora che in primavera crescono perfino sulle aiuole di viale De Gasperi a San Benedetto del Tronto. Tonino camminava nel bosco ignorando i rovi che cercavano di trattenerlo ficcandogli le spine ben bene nel tessuto dei jeans, lasciava che le gialle lanterne del maggiociondolo gli frustassero il viso, andava a grandi passi assorto in chissà quali pensieri, come se di trovare funghi in realtà non gliene importasse un fico secco. D'un tratto, Tonino s'inchiodò ai piedi d'un faggio colossale, ma anziché guardare per terra alzò gli occhi verso
i rami come se, invece di cercare un porcino, volesse cercare un nido di cardellini. Poi mi accorsi che non solo il mio amico non guardava per terra, non solo aveva il viso rivolto verso l'immensa chioma del faggio, ma addirittura teneva gli occhi chiusi e annusava l'aria come avrebbe potuto fare un cane bracco. Per dirla tutta, quella scenetta mi sembrava buffa e infatti mi scappava da ridere. Fu a quel punto che lui aprì gli occhi e di scatto si lanciò a capofitto nella boscaglia scostando i rami, abbattendo i rovi con l'irruenza d'un cinghialotto, fermandosi di tanto in tanto ad annusare chissà che cosa. Quando lo raggiunsi, tre o quattro minuti più tardi, Tonino stava raccogliendo e deponendo amorevolmente nel cestino certi porcini grandi come piatti da dessert. Gli domandai come diavolo avesse fatto a trovarli, lui mi rispose: <A naso>, cioè aveva sentito il profumo e l'aveva seguito palmo a palmo per un centinaio di metri come se l'odore di quel fungo fosse un invisibile filo d'Arianna. Un'altra volta incontrai per caso Tonino a Pian Grande di Castelluccio e ci mettemmo a spettegolare su questo e su quello. Lui s'interruppe: <Scusa, aspetta un momento, per favore>. Percorse in fretta un cinquecento metri e tornò indietro ridendo, fra le braccia aveva un fungo bianco, rotondo, di sei chili e passa: <E' una vescia - disse - noi la chiamiamo loffa di lupo ed è buonissima da friggere come una cotoletta>. Pure quella volta gli domandai come diavolo avesse fatto a trovarla, lui mi rispose: <A occhio>, sostenendo di averla adocchiata a mezzo chilometro di distanza. Poiché in precedenza Tonino aveva scovato un cerchio delle streghe traboccante di prugnoli (alias spinaroli o funghi di San Giorgio) e s'era vantato di averli trovati <a orecchio> perché, secondo lui, crescendo farebbero un lievissimo rumore, compresi che non era Tonino a essere innamorato dei funghi, ma erano i funghi a essere innamorati di Tonino. Dovendo tracciare una mappa grossolana dei posti per funghi, vale la pena di segnalare i Monti della Laga e la Montagna dei Fiori, l'interno di Acquasanta e di Arquata, la zona di Vallecastellana e l'entroterra di Roccafluvione, tutta la fascia boscosa e montana che va da Montegallo a Montemonaco e a Montefortino fino ai Piani di Castelluccio e sul Vettore, la zona di Croce di Casale e poi di Amandola. Quanto ai tipi di funghi, dalla primavera all'autunno crescono sui prati le gambesecche, poi le spugnole (da tempo in preoccupante rarefazione); dall'estate al tardo autunno i cantarelli, finferli, gallinacci crescono nei gineprai, i coprini che amano il fresco e si ritirano sempre più in alto via via che l'estate avanza; nei boschi le russole, spesso pizzicose; i prataioli e i turini giganti che amano le alture oltre quota mille e i prati umidi; le enormi mazze di tamburo spuntano da giugno a ottobre sui prati e ai bordi del bosco; in autunno e fino a dicembre, nei boschi le famigliole dei pleurotus detti anche geloni; infine i cocchi di mamma che piacciono a tutti: i porcini, porcini di faggio e di castagno, porcini di pineta che devono essere spellati però sono una delizia. E adesso squillino le trombe e rullino i tamburi: largo a sua maestà il tartufo! Il tartufo nero e vero, monarca delle tavole invernali, è di casa nell'entroterra piceno (Roccafluvione in particolare) e si valorizza di anno in anno grazie a una poderosa azione promozionale. Questo già si sapeva. 
Pochi, invece, sanno che sul territorio di Amandola e di Montefortino si cava il prezioso tartufo bianco, alias Tuber Magnatum Pico alias imperatore delle mense più ricche. Gli antichi romani, che conoscevano soltanto il tartufo nero e il modesto bianchetto (una specie di scorzone chiaro, invernal-primaverile), erano convinti che il tartufo avesse un'origine ultraterrena e fosse Giove in persona a fabbricarli scagliando sulla terra fulmini e saette. Se i romani avessero scoperto anche il Tuber Magnatum Pico, sicuramente avrebbero immaginato che Giove si facesse aiutare da tutto l'Olimpo a scagliare mazzi da mille fulmini, per produrre una simile meraviglia. Oggi, a distanza di tremila anni, sono ancora in molti a ritenere che il tartufo bianco o nero abbia a che fare con Dio (magari per intercessione di qualche santo protettore dei ghiottoni) perché solo un'entità suprema poteva farsi venire l'idea divina di creare un supremo frutto di bosco. Chi non la pensa così, che Giove gli mandi un fulminaccio sul sedere.
 
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