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TULLIO PERICOLI
(di Carlo Paci)
Di recente la Facoltà di Architettura di Ascoli Piceno ha tenuto un Seminario Internazionale di progettazione dai notevoli contenuti e interessi (forse la città dovrebbe fare più attenzione alla presenza di questa Facoltà e gli stessi Operatori della cultura dovrebbero agire perché essa non rimanga, o si senta, isolata). Nei vari titoli dell’iniziativa, una “Conversazione sul paesaggio”; chi, più e meglio di Tullio Pericoli poteva svolgere questo tema? Lui si, vicino agli impegni di questi docenti e studenti, dedicando loro un intervento che sarebbe stato bene registrare e per quel che s’è detto e per quell’allargarsi del panorama (il vocabolo calza!) che n’è scaturito nel duetto – a volte ispiratore, altre provocatore – tra l’artista ed il prof. arch. Massimo Perriccioli, ma anche dal dibattito con diversi laureandi stagisti, alcuni venuti dall’estero.
Cosa ha detto Pericoli del paesaggio, del suo paesaggio? Ha detto quello che un artista – genio può dissertare. Molti critici affermano che Pericoli ha il Dna delle terre marchigiane nel sangue. A questa affermazione un po’ affrettata dalla moda di spot essenzialisti, io mi permetto di precisare che nell’artista – genio c’è tutto nel suo Dna: dalla pittura alla poesia, dalla storia alla letteratura, dal sentimento alla critica, dall’infinito al dettaglio. E i suoi paesaggi sono tutto questo; è il giocare con gli spazi, è il rappresentarli con la lucidità di un discorso logico sul loro essere e divenire, ma è anche il romanticismo geometrico degli alberelli, dei filari, delle galoppanti colline verso il cielo, degli improvvisi toni foschi che sembrano predire il loro mutamento, non certo al meglio.
Ma è anche divertimento grafico, acrobazie di colori, reminiscenza della sua profonda cultura umanistica e dell’arte (il Ghoete visto di spalle, senza colore, affacciato su una terrazza, che sembra immaginare quel panorama, o il corpulento Matisse tolto da una foto di Cartier Bresson (?) che appare come abbacinato, impotente a rappresentare tutto quel paesaggio); un verso leopardiano dell’Infinito.
Lui dice – e non siamo nell’aneddotica – che il paesaggio è stato sempre in lui, inavvertitamente (ricordo vedute dell’Ascensione dipinte a tempera nel 1960) finquando, entrato finalmente dalla finestra delle sue opere, ne è ora divenuto primo attore protagonista. Temporalmente, racconta che fu l’editore Garzanti a fargli rimarcare che nel (meraviglioso) affresco della Sala della casa editrice i panorami avevano preciso riferimento marchigiano…Di qui il suo prendere coscienza di questo involontario automatismo pittorico. Ma, ancora una volta, stento a credergli. Nel 1970 dipinge una serie di cartoline (commissionate dall’allora Azienda di Turismo) sui panorami della città e delle sue “Terre” (mio gratuito riferimento al suo recente libro per la Rizzoli).
E quando, con altri amici, andammo a vedere la sua personale a Verona (1971) dedicata al periodo delle “Geologie”, che cos’erano i suoi dipinti se non i fittoni del suo futuro paesaggio? E si potrebbe andare avanti con la serie dei suoi libri sul tema, in primis “Robinson Crusoe” (1984), delle sue mostre susseguenti.
Non per nulla, poi, è stato testimonial delle Marche!
Su un piano egoistico e campanilistico, nessuno meglio di noi può essere meno orgoglioso che Tullio Pericoli esprima, nel mondo vastissimo dei suoi estimatori, questo nostro paesaggio – specie se, ancora più specificatamente, piceno – che diviene messaggio, non solo poeticamente ambientale, ma grande ed ispirato logo di un naturale ombelico generazionale con la propria terra!
E se tutto il mondo, ormai conosce e stima i valori pittorici di Tullio Pericoli, egoisticamente e furbescamente ci mettiamo dietro le sue tele con il paesaggio da ammirare….
“I paesaggi marchigiani” – ha detto l’artista – mi riportano all’infanzia. La scena delle nostre esplorazioni infantili ci rimane sempre nella mente”, facendo così una citazione di Bruce Chatwin. Ed ecco allora che ritroviamo le colline della sua Colli del Tronto nelle scene da lui dipinte per l’Elisir d’amore (sia per l’Opernhaus di Zurigo che per la Scala di Milano) dove, addirittura, la idealizzata chiesa parrocchiale di Santa Felicita domina sul fondale che, semovente, avanza in primo piano.
Sì, perché la poliedricità artistica del Nostro, sta esplorando, con grande successo, anche le scenografie teatrali. Dopo quelle per l’Elisir d’amore è stata la volta di “Le sedie” di Ionesco (per il Piccolo Teatro di Milano) dove, oltre alle scenografie ha ancora disegnato i costumi e firmato la regia della piéce di prosa. Non basta, proprio in queste settimane, è stato portato in trionfo, (non idealmente, ma proprio caricato sulle spalle) sempre a Zurigo per un “Turco in Italia” rossiniano dove le invenzioni sceniche hanno gareggiato con i virtuosismi e le trovate musicali del grande compositore pesarese, creando autentiche emozioni e scoppiettante divertimento tra gli spettatori in visibilio.
Si deve all’uopo sapere, che questa edizione zurighese sarà ripresa su un video e musica per la prima volta del “Turco in Italia” e distribuita in tutto il mondo.
Tutti conoscono la eccezionale mano grafica di Pericoli nella ritrattistica (ha archiviato migliaia di personaggi della cultura, del sapere, della scienza mondiali). I suoi soggetti non vivono solo della pedissequa rispondenza alla loro immagine, ma sono animati da segni, che anche alterandoli fisionomicamente, ne danno al fruitore una completezza intima, quantomeno una sua interpretazione legata alla vita, alla psicologia ed alle opere del soggetto: un potere fisiognomico.
Con scarsa modestia debbo raccontare che Tullio Pericoli, bontà sua, mi dà una porzione di … responsabilità in questa sua dote.
Quando negli ultimi anni Cinquanta scoprii il giovane studente, mi colpì questa facilità a bloccare sulla carta le caratteristiche dei suoi soggetti. Lo accompagnai allora ad una seduta del Consiglio Comunale e gli “imposi”: ora mi raffiguri tutti e quaranta i Consiglieri! E lui, sudando non più di tanto, eseguì il “compito”.
E dopo i Consiglieri comunali fu la volta di ogni categoria di professionisti, impiegati, commercianti e …. Insomma migliaia di “caricature” che furono il suo passepartout per la scalata alla notorietà del genio che è in lui.
Ebbene, il 4 Settembre prossimo, nell’ambito del grande Festival della Cultura di Mantova, verrà presentato uno dei più singolari volumi – enciclopedia forte di 600 pagine con altrettanti ritratti disegnati dal Nostro, libro mai tentato da un editore, ma realizzato dall’Adelphi, in diverse edizioni, in varie lingue.
E molti di questi ritratti figureranno in una mostra nella Casa del Mantenga.
Tullio Pericoli, celiando, a volte si chiede “ Chissà, se potessero, cosa penserebbero le colline, gli alberi dei miei quadri!?”.
Io, invece, che ho sempre presente il suo autoritratto sul letto, quello con quel vento che anima in continuo i suoi capelli, con quelle onde disegnate al contrario, con quell’affollamento di oggetti che gli sono di base, e che Tassi ha così visto: “….La frantumazione delle immagini in numerosi particolari, ognuno carico di senso, e molto spesso sgranati sul foglio, come se ve li gettasse la mano di un seminatore molto razionale, preciso e attento a dove cade ogni grano, così da creare un sottile rapporto fra di loro”, vien da chiedermi: “Ma lui, come ci vedrà?” E la domanda non la intendo peregrina, quando penso che ci guarda (uomini, cose, terre) un genio.
Nel secolo trascorso le Marche hanno dato un grandissimo artista, anche lui poeta nella fantasia illuminata, Osvaldo Licini. Ma di lui, scomparso, è oggi noto tutto il percorso artistico, che lo propone come unico nel suo tempo. Sempre le Marche hanno dato nella seconda parte del secolo e danno nel nuovo millennio, un’artista – anche lui unico nel panorama – come Tullio Pericoli.
Di lui sappiamo già molto, ma data la sua imprevedibile, concreta e laica fantasia e la capacità di esprimersi con ogni mezzo e forma comunicativa, cosa ancora ci riserverà?
Intanto l’orgoglio di saperlo marchigiano, piceno, nostro conterraneo.
BOX
TULLIO PERICOLI nasce a Colli del Tronto nel 1936. Maturità Classica. Giurisprudenza a Roma e a Urbino. Non si laurea. Fine anni Cinquanta collabora con la redazione ascolana de “Il Messaggero”.
Nel 1961 inizia la sua scalata alla notorietà trasferendosi a Milano, al “Giorno”. Dopo una intensa collaborazione grafica, compie i suoi primi passi da pittore. Nel 1972 le sue prime notevoli mostre (Università di Parma). Intanto ha incontrato Emanuele Pirella con il quale, tuttora collabora per la stesura di strips da “Linus” a “La Repubblica”, “L’Espresso”, “Corriere della Sera”.
Da questo momento inizia il corale riconoscimento critico relativo alla produzione grafica che ne fa uno dei più grandi disegnatori italiani.
La sua crescita, a questo punto, diviene costante e sempre più conosciuta ed apprezzata. La sua produzione è variegata a conferma della sua poliedricità d’interessi.
Nel 1980 con la mostra “Rubare a Klee” dà vita ad un dialogo (che sarà pubblicato) con Italo Calvino. Nel 1987 i primi suoi ritratti per “L’Indice” fanno parte di una mostra itinerante in Italia che toccherà anche Ascoli Piceno. Nel 1988 si inaugura la vasta pittura murale della Sala Garzanti. Nello stesso anno conquista il premio letterario tedesco “Stiftung Buchkunst” per un volume edito a Monaco. Il museo di Hannover ospita una sua mostra che girerà altre città tedesche. Nel 1989 un racconto di Antonio Tabucchi accompagnerà il suo libro “Woody, Freud e gli altri” in varie lingue diffuso in Germania, Inghilterra, Stati Uniti, Francia, Spagna e Italia. Nel 1990 ancora libri come “Ritratti arbitrari” (Einaudi) con uno scritto di Umberto Eco. Negli anni seguenti proseguono mostre e libri in tutta Europa e nel 1993 gli viene conferito il premio “Olaf Gulbransson”. La città di Pisa gli assegna il premio internazionale “Ultimo novecento”. Per i tipi di Franco Maria Ricci pubblica “Suite di ritratti di Tullio Pericoli” per “La biblioteca di Babele” curata da J. L. Borges. Mostre in tutta Italia. Espone a Bonn, Francoforte e New York. Nel 1995 dopo il volume “Colti nel segno” per la Mondadori, disegna scene e costumi de “L’Elisir d’amore” per l’Opernhaus di Zurigo. Espone, invitato, per la consegna dei premi Nobel a Stoccolma. Mostra ad Ascoli Piceno.Nel 1996 fra le tante mostre, anche Grottammare e San Severino Marche. “L’uomo che piantava gli alberi” di J. Giono ispira i suoi disegni pubblicati in un volume di Hanser di Monaco. Ancora scene e costumi per “L’Elisir d’amore” alla Scala di Milano, nel 1998. Mostre in Europa e a Milano. Nel 1999 disegna il Palio per la Quintana di Ascoli. Nel 2000 la Rizzoli pubblica il volume “Terre” (anche in edizione inglese). Mostra ad Ascoli dei “cartoni” dell’opera murale nella Sala Garzanti (acquistati dalla CARISAP). Nel 2001 mette in scena “Le Sedie” di Ionesco per il “Piccolo” di Milano curando regia e costumi. Nel 2002 successo trionfale sempre all’Opera di Zurigo, per scene e costumi per “Il Turco in Italia” di Rossini. Impossibile enumerare tutte le sue mostre personali in Italia e all’estero. Della sua opera si sono interessati i maggiori critici italiani e stranieri. Non è stato mai assente dalle aste d’arte di beneficenza dell’Amministrazione Provinciale di Ascoli Piceno.
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