Numero 74
Anno III, 2006
10 febbraio 2006

Indice:

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FORMAZIONE

Formazione e Politiche del Lavoro, come investire sul capitale umano

CULTURA

Intervista a Giuliano Colla, rappresentante dell'Unione delle Comunità ebraiche italiane

Cartiera papale: 9.000 visitatori in 20 giorni

Serie di incontri su "I crimini di guerra in Jugoslavia e i processi negati"

Un CD per spiegare ai bambini come funziona la Provincia

AMBIENTE

La Provincia affida alle associazioni di pescatori la tutela di tratti di fiumi

Addestramento cani e controllo delle volpi, fitto calendario di attività

Salvata una poiana ferita

ATTIVITA' PRODUTTIVE

Il Centro Agroalimentare verso il rilancio

TURISMO

La Provincia di Ascoli alla fiera del turismo di Bratislava

Festa della libreria del cinema, in vetrina i prodotti piceni

SOCIALE

La Provincia accoglie 18 minori in fuga da Paesi in guerra

Handicap, convegno sulla stimolazione basale

LAVORI PUBBLICI

Sottopasso di via dell'Airone a Porto d'Ascoli, partono i lavori

NOTIZIE DAGLI ALTRI ENTI

Monte Urano, i giovani incontrano Mauro Pagani

Porto Sant'Elpidio, successo per l'assegnazione delle aree del PIP

Porto Sant'Elpidio, gli amministratori si riducono lo stipendio

Donne e diritti umani

Offida, corso di pronto soccorso

 

Arretrati

Agenda


Intervista a Giuliano Colla,
rappresentante dell'Unione delle Comunità ebraiche italiane

 



L'ingresso di una sinagoga

Giuliano Colla, rappresentante dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane, è intervenuto giovedì 2 febbraio ad Ascoli, alla Cartiera papale, nell’ambito delle celebrazioni per la “Giornata della memoria”. Lo abbiamo intervistato.

Sono passati 61 anni dal giorno preso come riferimento per la celebrazione della memoria della Shoah, il giorno in cui si sono aperti i cancelli del campo di sterminio di Auschwitz. Il “giorno della memoria” è una ricorrenza istituita a livello europeo da pochissimi anni. Quale peso ha avuto l’istituzionalizzazione di questa ricorrenza e quale incentivo ha dato, a livello europeo, alla prosecuzione delle attività di ricerca, documentazione e trasmissione della memoria dell’Olocausto?

Disporre di una scadenza precisa fornisce un’occasione, un pretesto, diciamo, per ricordare avvenimenti che  in se stessi appaiono tristi, per i quali si può fare poco. Celebrazioni che non  possono né ridare la vita a chi è morto né eliminare le sofferenze, ma che possono servire come insegnamento per capire che cosa è successo, e soprattutto per riflettere su quali sono stati i motivi profondi per impedire che l’orrore accada di nuovo. Il fenomeno dell’intolleranza nasce dall’incapacità di accettare culture diverse ed è un’incapacità di comprendere il fatto che la civiltà umana è sempre avanzata attraverso il confronto di culture diverse. Discutere di questi temi serve a capire meglio come siamo arrivati ad oggi e serve anche a capire che certe conquiste non sono permanenti; la civiltà avanza ma è molto facile, se non si è sempre molto vigili, perdere le conquiste fatte. Ho letto recentemente un’interessante citazione uscita nella rivista “Il Quirinale”, ripresa da un archeologo francese, che cita un testo egizio di 4000 anni fa che dice: “Un libro è meglio di una casa ben costruita,  è più bello di un palazzo, è più bello di una stele in un tempio”. In Egitto, ad Alessandria, c’era la biblioteca più grande, una delle sette meraviglie del mondo, che era stata conservata dagli arabi come uno dei patrimoni dell’umanità. Poi, con l’assedio di Gengis Khan, il centro di potere si è spostato da Baghdad a Costantinopoli ed il califfato di Costantinopoli ha dato alle fiamme la biblioteca. Quindi, tremila anni dopo che fu scritta questa affermazione sul valore del libro, qualcuno il libro lo distrugge. Le conquiste non sono mai costanti, non durano mai per sempre.

La mancanza di curiosità, la scarsa frequentazione con i libri e con le persone anziane e con le narrazioni del loro vissuto delegano spesso alla sola televisione il compito di trasmettere informazioni sugli eventi del passato, come del presente. Nel caso specifico della Shoah, quanto è grande il rischio questo tipo di comunicazione possa creare distanza, spettacolarizzando e monumentalizzando le vicende del nostro recente passato?

La cultura, come ho già detto prima, è fatta di confronto. La sola voce che parla rende difficile il confronto. L’incontro diretto, persone diverse che parlano, la possibilità di esprimere le proprie opinioni, le proprie obiezioni, sono elementi importantissimi. Lo spettacolo a cui si assiste passivi può dare delle informazioni, cosa molto importante, perché senza informazioni è difficile costruire la cultura, però non costruisce la cultura.

La mostra “Le ceneri di Sobibòr” è stata visitata, ad Ascoli, da più di tremila ragazzi delle scuole che sono stati coinvolti in un percorso tematico complesso ed interattivo. Attualmente, sono molte le iniziative che hanno lo scopo di tramandare la memoria dell’Olocausto. Crede, tuttavia, che queste iniziative siano efficaci, non solo per la conoscenza esteriore dei fatti del passato, ma anche per l’elaborazione di una più profonda consapevolezza dell’essere attori della storia ed eredi diretti di quel vissuto?

Dipende da come queste iniziative sono realizzate. La mostra non l’ho ancora visitata, quindi non posso dare un parere, però se queste iniziative sono fatte bene, certamente devono porsi questo obiettivo. Riguardo al fatto di raggiungerlo o meno, non sempre si riesce, ma l’importante è prefiggersi di raggiungerlo. Se una volta non si riesce, è bene provare una seconda volta. Non occorrono mezzi grandissimi, poiché la conoscenza e la discussione si fanno anche utilizzando strumenti abbastanza semplici.

Come esponente delle Comunità Ebraiche Italiane avrà certamente raccolto le reazioni degli ebrei italiani a seguito dei recenti episodi di violenza negli stadi, perpetrati ostentando modi e simboli riconducibili al nazifascismo. A suo avviso, stiamo assistendo ad un pericoloso rigurgito di antisemitismo o piuttosto all’insensato, ma ugualmente deprecabile, ricorso ad un immaginario estremo, per esplicitare un senso di appartenenza ad un clan o ad una fazione?

Non farei una grande differenza tra questi due aspetti. Il primo elemento che costruisce l’intolleranza è il fatto di non riflettere, di adeguarsi a schemi precostituiti in modo acritico. A partire da quel punto, i rischi che si corrono sono grandi in tutte le direzioni, sia per quanto riguarda l’antisemitismo che per quanto riguarda, in generale, la democrazia di un paese. Il fatto di non essere in  grado di guardare in modo critico se stessi, gli altri e capire i limiti della libertà di ciascuno rispetto alla libertà degli altri è qualcosa che, innanzitutto incide sulla qualità della democrazia di un paese. Ovviamente, le vittime sono quelle che vengono scelte di volta in volta, siano essi gli ebrei, o altri gruppi sociali.

Gli ebrei hanno una triste funzione nella società, la stessa funzione che aveva il canarino che in passato veniva portato in miniera; quando c’era una fuga di grisou, lui era il primo a soffrirne, ma questo significava che l’aria stava diventando irrespirabile.  Il fatto che ci siano episodi di antisemitismo vuol dire che la società si sta ammalando, c’è chi ne soffre prima, anche se  presto o tardi saranno tutti a soffrirne.

(intervista di Manuela Bua)

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