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Giuliano Colla, rappresentante dell’Unione delle Comunità
ebraiche italiane, è intervenuto giovedì 2 febbraio ad
Ascoli, alla Cartiera papale, nell’ambito delle celebrazioni
per la “Giornata della memoria”. Lo abbiamo intervistato.
Sono passati 61 anni dal giorno preso come riferimento per
la celebrazione della memoria della Shoah, il giorno in cui
si sono aperti i cancelli del campo di sterminio di
Auschwitz. Il “giorno della memoria” è una ricorrenza
istituita a livello europeo da pochissimi anni. Quale peso
ha avuto l’istituzionalizzazione di questa ricorrenza e
quale incentivo ha dato, a livello europeo, alla
prosecuzione delle attività di ricerca, documentazione e
trasmissione della memoria dell’Olocausto?
Disporre di una scadenza precisa fornisce un’occasione, un
pretesto, diciamo, per ricordare avvenimenti che in se
stessi appaiono tristi, per i quali si può fare poco.
Celebrazioni che non possono né ridare la vita a chi è
morto né eliminare le sofferenze, ma che possono servire
come insegnamento per capire che cosa è successo, e
soprattutto per riflettere su quali sono stati i motivi
profondi per impedire che l’orrore accada di nuovo. Il
fenomeno dell’intolleranza nasce dall’incapacità di
accettare culture diverse ed è un’incapacità di comprendere
il fatto che la civiltà umana è sempre avanzata attraverso
il confronto di culture diverse. Discutere di questi temi
serve a capire meglio come siamo arrivati ad oggi e serve
anche a capire che certe conquiste non sono permanenti; la
civiltà avanza ma è molto facile, se non si è sempre molto
vigili, perdere le conquiste fatte. Ho letto recentemente
un’interessante citazione uscita nella rivista “Il Quirinale”,
ripresa da un archeologo francese, che cita un testo egizio
di 4000 anni fa che dice: “Un libro è meglio di una casa ben
costruita, è più bello di un palazzo, è più bello di una
stele in un tempio”. In Egitto, ad Alessandria, c’era la
biblioteca più grande, una delle sette meraviglie del mondo,
che era stata conservata dagli arabi come uno dei patrimoni
dell’umanità. Poi, con l’assedio di Gengis Khan, il centro
di potere si è spostato da Baghdad a Costantinopoli ed il
califfato di Costantinopoli ha dato alle fiamme la
biblioteca. Quindi, tremila anni dopo che fu scritta questa
affermazione sul valore del libro, qualcuno il libro lo
distrugge. Le conquiste non sono mai costanti, non durano
mai per sempre.
La mancanza di curiosità, la scarsa frequentazione con i
libri e con le persone anziane e con le narrazioni del loro
vissuto delegano spesso alla sola televisione il compito di
trasmettere informazioni sugli eventi del passato, come del
presente. Nel caso specifico della Shoah, quanto è grande il
rischio questo tipo di comunicazione possa creare distanza,
spettacolarizzando e monumentalizzando le vicende del nostro
recente passato?
La cultura, come ho già detto prima, è fatta di confronto.
La sola voce che parla rende difficile il confronto.
L’incontro diretto, persone diverse che parlano, la
possibilità di esprimere le proprie opinioni, le proprie
obiezioni, sono elementi importantissimi. Lo spettacolo a
cui si assiste passivi può dare delle informazioni, cosa
molto importante, perché senza informazioni è difficile
costruire la cultura, però non costruisce la cultura.
La mostra “Le ceneri di Sobibòr” è stata visitata, ad
Ascoli, da più di tremila ragazzi delle scuole che sono
stati coinvolti in un percorso tematico complesso ed
interattivo. Attualmente, sono molte le iniziative che hanno
lo scopo di tramandare la memoria dell’Olocausto. Crede,
tuttavia, che queste iniziative siano efficaci, non solo per
la conoscenza esteriore dei fatti del passato, ma anche per
l’elaborazione di una più profonda consapevolezza
dell’essere attori della storia ed eredi diretti di quel
vissuto?
Dipende da come queste iniziative sono realizzate. La mostra
non l’ho ancora visitata, quindi non posso dare un parere,
però se queste iniziative sono fatte bene, certamente devono
porsi questo obiettivo. Riguardo al fatto di raggiungerlo o
meno, non sempre si riesce, ma l’importante è prefiggersi di
raggiungerlo. Se una volta non si riesce, è bene provare una
seconda volta. Non occorrono mezzi grandissimi, poiché la
conoscenza e la discussione si fanno anche utilizzando
strumenti abbastanza semplici.
Come esponente delle Comunità Ebraiche Italiane avrà
certamente raccolto le reazioni degli ebrei italiani a
seguito dei recenti episodi di violenza negli stadi,
perpetrati ostentando modi e simboli riconducibili al
nazifascismo. A suo avviso, stiamo assistendo ad un
pericoloso rigurgito di antisemitismo o piuttosto
all’insensato, ma ugualmente deprecabile, ricorso ad un
immaginario estremo, per esplicitare un senso di
appartenenza ad un clan o ad una fazione?
Non farei una grande differenza tra questi due aspetti. Il
primo elemento che costruisce l’intolleranza è il fatto di
non riflettere, di adeguarsi a schemi precostituiti in modo
acritico. A partire da quel punto, i rischi che si corrono
sono grandi in tutte le direzioni, sia per quanto riguarda
l’antisemitismo che per quanto riguarda, in generale, la
democrazia di un paese. Il fatto di non essere in grado di
guardare in modo critico se stessi, gli altri e capire i
limiti della libertà di ciascuno rispetto alla libertà degli
altri è qualcosa che, innanzitutto incide sulla qualità
della democrazia di un paese. Ovviamente, le vittime sono
quelle che vengono scelte di volta in volta, siano essi gli
ebrei, o altri gruppi sociali.
Gli ebrei hanno una triste funzione nella società, la stessa
funzione che aveva il canarino che in passato veniva portato
in miniera; quando c’era una fuga di grisou, lui era il
primo a soffrirne, ma questo significava che l’aria stava
diventando irrespirabile. Il fatto che ci siano episodi di
antisemitismo vuol dire che la società si sta ammalando, c’è
chi ne soffre prima, anche se presto o tardi saranno tutti
a soffrirne.
(intervista di Manuela Bua) |